ESEMPI FAMOSI
Per capire l’esperienza del bello in tutta la sua ricchezza e potenza, è utile guardare gli esempi di grandi artisti, quelli che con il bello hanno avuto a che fare per vocazione e per talento. Spesso succede che conoscendo esperienze estetiche di altri ne siamo ispirati e invogliati anche noi ad aprirci alla bellezza. In questa sezione troverete la descrizione (di solito in prima persona) di queste esperienze.

Leonardo da Vinci e i vecchi muri di Firenze
“Dovresti guardare alcuni muri macchiati di umidità o pietre di colore ineguale. Se devi inventare uno scenario, riuscirai a vedere in queste figurazioni il sembiante di paesaggi divini abbelliti da montagne, rovine, rocce, foreste, grandi pianure, colline, e vallate in grandi varietà; e poi ancora vi vedrai battaglie e strane figure in azioni violente, le loro espressioni sul volto, vestiti, e un’infinità di cose che sarai capace di ridurre alla loro forma completa e corretta.”
Leonardo, Trattato della pittura (reso in italiano moderno)

Boehme: un luccichìo meraviglioso
“Mentre era seduto un giorno nella sua stanza i suoi occhi caddero su un piatto di peltro lucidato, il quale rifletteva la luce del sole con un tale meraviglioso splendore che egli cadde in un’estasi interiore, e gli sembrò di poter scorgere i principi e il fondamento più profondo di tutte le cose. Dapprima credette trattarsi di un’illusione, e per bandirla dalla sua mente uscì nel verde. Ma qui si accorse che poteva vedere il cuore delle cose, i fili d’erba e il prato, e che la natura si armonizzava con ciò che egli aveva visto dentro di sé. Non disse nulla a nessuno, ma lodò e ringraziò Dio in silenzio.”
Martensen, H.L. Jacob Boehme: his life and Teaching

Tartini incontra il diavolo
“Una notte (1713) sognai che avevo fatto un patto e che il diavolo era al mio servizio. Tutto mi riusciva secondo i miei desideri e le mie volontà erano sempre esaudite dal mio nuovo domestico. Immaginai di dargli il mio violino per vedere se fosse arrivato a suonarmi qualche bella aria, ma quale fu il mio stupore quando ascoltai una sonata così singolare e bella, eseguita con tanta superiorità e intelligenza che non potevo concepire nulla che le stesse al paragone. Provai tanta sorpresa, rapimento e piacere, che mi si mozzò il respiro. Fui svegliato da questa violenta sensazione e presi all'istante il mio violino, nella speranza di ritrovare una parte della musica che avevo appena ascoltato, ma invano. Il brano che composi è, in verità il migliore che abbia mai scritto, ma è talmente al di sotto di quello che m'aveva così emozionato che avrei spaccato in due il mio violino e abbandonato per sempre la musica se mi fosse stato possibile privarmi delle gioie che mi procurava.”
Giuseppe Tartini, Lettera

Goethe e il Vesuvio in eruzione
“Stavamo camminando su e giù per la stanza, quando lei [un’amica tedesca] d’improvviso aprì un’imposta. Se voleva sorprendermi, c’era di certo riuscita, perché la vista era una di quelle che uno vede una volta sola nella vita. La finestra a cui ci eravamo affacciati era al piano più alto, direttamente di fronte al Vesuvio. Il sole era tramontato poco tempo prima, e il fulgore incandescentedella lava, la quale illuminava la nuvola di fumo che lo accompagnava, era chiaramente visibile. Il monte ruggiva, e ad ogni eruzione l’enorme torre di fumo che la sovrastava era squarciata come da un fulmine, e nel bagliore le nuvole separate di vapore si stagliavano come in un rilievo scolpito. Dalla sommità fino al mare correva un fiume di lava fusa e di vapore luminescente, ma tutt’attorno c’era pace, il mare, la roccia, la vegetazione, nell’incantevole silenzio di una bella notte, mentre la luna piena saliva da dietro la catena di montagne. Era uno spettacolo impressionante.
… Seduta in primo piano davanti a questa visione incredibile, [l’amica tedesca] con la luce della luna che le illuminava il viso, mi sembrava più bella che mai, e la sua bellezza era intensificata dal suo affascinante idioma tedesco. Dimenticai completamente che si faceva tardi fino a che, alla fine, lei mi dovette chiedere di andare, perché di lì a poco, trattandosi di un convento, le porte sarebbero state chiuse. E così alla bellezza, quella vicina e quella lontana, diedi un addio riluttante…“
Goethe, Viaggio Italiano

Wordsworth, il lago di Como, le Alpi
“Era impossibile per me non confrontare la pace, il godimento dello spirito, prodotto da quei bei scenari [sul lago di Como], con le sensazioni che avevo avuto due o tre giorni prima, sulle Alpi. Al lago di Como la mia mente passava attraverso mille sogni di felicità che si potevano godere sulle sue rive, se intensificati dalla conversazione e dal manifestarsi degli affetti sociali. Fra le scene più stupende delle Alpi, non ebbi pensiero alcuno dell’uomo, o di un solo essere vivente; tutta la mia anima era volta a colui che aveva creato la terrible maestà di fronte a me.”
William Wordsworth, lettera a Dorothy Wordsworth

Il sogno di Keats
“Il quinto canto di Dante mi piace sempre di più – è quello dove incontra Paolo e Francesca – avevo passato vari giorni in uno stato d’animo piuttosto depresso e a un certo punto sognai di essere in quella regione dell’inferno. Il sogno fu uno dei godimenti più deliziosi che abbia mai avuto in vita mia – galleggiavo liberamente nell’atmosfera turbinante com’è descritta , con una figura molto bella alle cui labbra erano unite le mie in quella che mi sembrò un’eternità, e nel mezzo di questo freddo e di questa oscurità io ero al caldo - erano spuntate perfino cime di alberi, e io mi riposai su di esse con la leggerezza di una nuvola fino a che il vento non ci soffiò via di nuovo – provai a scrivere un sonetto su questo – ci sono quattordici righe, ma nulla di ciò che davvero sentii. Oh, se potessi fare questo sogno ogni notte!”
John Keats, Lettera a George e Georgiana Keats

Thoreau nella tormenta
“La spessa neve che ora viene da nord e si ferma sul mio soprabito consiste in quei bei cristalli a forma di stella, non di raggi cotonosi e corposi, come il 13 dicembre, ma cristalli stretti e in parte trasparenti. Il diametro è circa il decimo di un pollice, piccoli cerchi perfetti con raggi come una ruota, o meglio con sei piccole foglie perfette, a forma di felce, con una spina distinta diritta, che irradiano da un centro. Una divinità deve averli scossi prima che i cristalli si proiettassero così, ruote dei carri della tempesta. La stessa legge che dà forma a ogni stella dà forma anche alla stelle della neve. Con la stessa sicurezza con cui i petali di un fiore sono fissi, ognuno di questi innumerevoli stelle di neve viene roteando sulla terra, pronunciando così, con enfasi, il numero sei. Ordine, cosmos.”
Henry David Thoreau, Diario

John Ruskin a Venezia
“Che incantevole pomeriggio ho trascorso ieri a San Marco, cercando di cogliere il colore particolare della chiesa! Era un tale piacere fissare lo sguardo su quei dettagli meravigliosi e singolari con la quieta attenzione del disegnatore, riposandomi di quando in quando per dare un’occhiata alla vasta piazza ed al vivido cielo serale, al rilievo rosseggiante di San Giorgio e al mare turchino, mentre persone dallo sguardo luminoso mi passavano accanto. Mai in tutta la mia vita ho realizzato dei disegni così splendidi. Me ne stavo seduto, spostandomi solo d tanto in tanto, ma sempre oziosamente, usando di rado la matita per abbozzare a tratti un particolare, avvertendo di aver a che fare non con un soggetto brutto, anche se pittoresco, ma di avere di fronte invece un soggetto delizioso ad osservarsi e ritrarre. Quando poi ho lasciato la piazza, prima del tramonto, o piuttosto al far della sera, c’era una luce quale neppure Turner nei suoi momenti più esaltati sarebbe stato in grado di rappresentare.
John Ruskin, Viaggi in Italia 1840-1845

Renoir, il bello è dovunque
“Non esiste nessuna persona, nessun paesaggio, nessun motivo che non abbia un interesse sia pur piccolo… e talvolta ben nascosto. Quando un pittore scopre quel tesoro, subito gli altri sono d’accordo nel proclamare la bellezza del soggetto. Il vecchio Corot ci ha rivelato le sponde del Loing, un fiume come ce ne sono tanti, e sono certo che i paesaggi giapponesi non sono più belli degli altri. Solo che i pittori giapponesi hanno saputo rivelare il tesoro che essi nascondono.”

Jean Renoir, Renoir, mio padre

Gauguin e la modella
“Aveva un buon odore, era vestita al meglio. Ero conscio che nel momento in cui io stesso, come pittore, stavo esaminandola, era come se stessi tacitamente domandandole di abbandonarsi, di lasciarsi andare per sempre, senza la possibilità di mai più riprendersi; la mia disamina era un’accurata indagine di che cosa c’era dentro di lei. Non era tanto carina, a dire il vero, secondo i criteri europei, eppure bella. C’era un’armonia degna di Raffaello nell’incontro di curve in ognuno dei suoi tratti, la bocca, come scolpita da uno scultore, che parlava di tutti linguaggi del parlare e del baciare, della gioia e del dolore; la malinconia dell’amarezza mescolata con il piacere, la passività che si fonda sul dominio. Una totale paura dell’ignoto. Mi misi subito al lavoro, sicuro che la sua determinazione non sarebbe durata. Ritratto di una donna: Vahine no te tiare. Lavorai veloce, con passione. Era un ritratto che assomigliava a ciò che i miei occhi velati avevano percepito attraverso il cuore. Soprattutto c’era una buona rassomiglianza interiore. La fiamma stabile di una forza controllata. Aveva un fiore all’orecchio che ascoltava il suo profumo. La maestà e le linee sollevate della sua fronte mi ricordarono queste parole di Poe:’Non c’è bellezza squisita senza un po’ di stranezza nelle proporzioni.”
Paul Gaugain, Noa Noa

Kandinsky: Mosca al tramonto
“Rosa, lillà, giallo, bianco, blu, verde pistacchio, case rosso fiamma, chiese, ognuna una canzone diversa - il verde sgargiante dell’erba, il tremolo più scuro degli alberi, la neve che canta con le sue mille voci, o l’allegretto dei rami nudi, l’anello rigido, rosso e silenzioso, delle mura del Cremlino, e sopra, torreggiante su tutto, come un grido di trionfo, come un alleluia dimentico di sé, la lunga, bianca, elegante, severa linea della Torre delle campane di Ivan il Grande. E sopra il suo collo alto e teso, allungata verso il cielo in eterno anelito, la testa d’oro della sua cupola, che fra le stelle dorate o colorate delle altre cupole, è il sole di Mosca. Dipingere quest’ora, pensai, deve essere per un artista la gioia più impossibile e più grande. Queste impressioni si ripetevano ad ogni giorno di sole. Erano un godimento che mi scuoteva fino nelle profondità della mia anima, che mi portava all’estasi”
Vassily Kandinsky, Reminiscenze 1912-1913

Henri Matisse ama i tessuti
“La mia passione più radicata sono i miei tessuti. Vedi questi armadi? Ne sono pieni. Viaggiando per il mondo ho comprato coperte, scialli, sciarpe, e vestiti per le mie modelle da indossare, e poi anche tovaglie, paraventi pieghevoli, rotoli di carta colorata, e tappeti, che buttavo per terra o attaccavo sui muri per moltiplicare i colori attorno a me. Non ho comprato questi bei tessuti per la loro utilità, ma invece per i disegni che rendono i miei dipinti più allegri e vivaci. Un tappeto comune è per camminarci sopra, ma un tappeto persiano, riccamente intessuto, è un invito a sognare, a vagare nei disegni dei suoi arabeschi. Un tappeto bello come quello che vedi qui a sinistra è un giardino magico, un paradiso in cui il tuo sguardo di sicuro si perde, se cerchi di seguire i suoi ricchi motivi di archi, fiori, e intrecci. Forse è perchè questi tappeti trasportano l’immaginazione di chi li guarda che sono chiamati ‘tappeti volanti’ nelle storie orientali.”
Rodari,A weekend with Matisse

Virginia Wolf ricorda
“[Il ricordo] mi riscalda tuttora; come se tutto fosse maturo; ronzante ; soleggiato; odoroso di tanti odori tutti assieme; e tutto quanto forma un insieme che perfino ora mi possiede – come mi possedette andando giù alla spiaggia; mi fermai in cima a guardare i giardini. Erano più bassi rispetto alla strada. Le mele erano allo stesso livello della mia testa. I giardini emanavano un mormorio di api; le mele erano rosse e d’oro; c’erano anche fiori rosa; e foglie grigie e argento. Il ronzìo, la cantilena, l’odore, tutto sembrava premere voluttuosamente come su una membrana; senza romperla e farla scoppiare; ma per diffondere un rapimento di piacere così completo che mi fermai, annusai; guardai.”
Virginia Woolf,A Sketch of the Past

Georgia O’Keeffe e le pietre
“Georgia aveva fatto tesoro dei sassi che aveva raccolto al lago George, sulle spiaggie marine, e in torrenti di montagna, e li aveva messi in mostra nelle sue case di New York. Nel Nuovo Mess ico, dove c’era una gran varietà di minerali vicino alle miniere abbandonate, le piaceva guidare visitatori in escursioni che duravano tutta la giornata alla ricerca di rocce. Trovava con piacere una pietra nuova e, anche dopo molto tempo, si ricordava esattamente come le era apparsa la prima volta che l’aveva vista. Una volta raccolse una pietra fuori del suo albergo in Cambogia e la portò nella sua borsa per mezzo mondo. Non era interessata a classificare le pietre secondo i loro nomi geologici, ma le piaceva semplicemente guardare le loro forme dure e ben definite, e sentire al tatto le superfici seriche e levigate. Riponeva i suoi tesori di roccia nelle sue case come se fossero state gemme – alcune in un piatto di vetro nel soggiorno, centinaia su una superficie di pietra nella loggia, e alcun nere e drammatiche su un mantel.”
L. Isle, Portrait of an Artist,A Biography of Georgia O’ Keefe

Isadora Duncan incontra Botticelli
“Stetti seduta a di fronte a questo quadro per ore. Me ne ero innamorata. Un vecchio guardiano gentile mi portò uno sgabello, e guardò la mia adorazione con un interesse gentile. Stetti lì seduta fino a quando non vidi i fiori che crescevano, i piedi nudi che danzavano, i corpi che volteggiavano; fino a che il messaggero della gioia venne a me e io pensai: ’Danzerò questa immagine e porterò agli altri questo messaggio d’amore, primavera, procreazione della vita, la quale era stata data a me con tanta angoscia. Attraverso la mia danza darò loro questa estasi”
Isadora Duncan, My Life

Pablo Neruda e le sue conchiglie
…le cose più belle che ho collezionato sono state le mie conchiglie. Mi dettero il piacere della loro straodinaria struttura: una porcellana misteriosa con la purezza della luna combinata a forme numerose tattili, gotiche, funzionali. Migliaia di piccole porte sottomarine si aprirono perchè io mi ci potessi tuffare dentro, dal giorno in cui Don Carlos de la Torre, il noto malacologo, mi diede gli esemplari migliori dalla sua collezione. Da allora ho attraversato i sette mari, dovunque mi abbiano portato i miei viaggi, inseguendo e dando la caccia alle conchiglie. Ma confesso che fu il mare di Parigi che, onda dopo onda, portò alla riva per me la maggior parte delle conchiglie. Parigi aveva portato tutta la madreperla dell’Oceania ai suoi negozi naturalistici, ai suoi mercati delle pulci. Trovare le forme squisite della Oliva textilina sotto i sargassi della città, fra paralumi rotti e vecchie scarpe, era più facile che tuffare le mie mani fra le rocce di Vera Cruz o di Baja California o afferrare la lancia di quarzo che si finisce a punta, come un poema del mare, nella Rostellaria Fusus.
Nessuno può togliermi il brivido che sentii quando tirai fuori dal mare lo Spondylus roseo , una grande ostrica costellata di coralli. O quando, in seguito, aprii il bianco Spondylus con le sue punte come stalagmiti in una grotta barocca. Alcuni di questi trofei possono avere un passato storico. Ricordo che nel museo di Pechino la scatola più sacra di molluschi dal mare della Cina fu aperta davanti ai miei occhi per darmi il secondo esemplare di solo due in esistenza della Thatceria mirabilis.E così fui capace di possedere quello straordinario capolavoro artistico con cui l’oceano regalò alla Cina lo stile per templi e pagode, che ancor oggi sopravvive a quelle latitudini.”
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto

Eugene Ionesco vede la luce
“Ricordo una cosa che mi capitò parecchi anni fa. Avevamo pochissimi soldi, e c’era davanti a me un grosso pacco di buste in cui dovevo mettere fogli e scrivere indirizzi. Già allora mi guadagnavo la vita con la penna. Il sole era coperto; stavo aspettando che venisse un’apertura fra le nuvole. Poi, d’improvviso, arrivò: il tavolo, il tappeto, il vecchio divano, la stanza intera fu d’improvviso inondata di luce. Il vecchio tappeto appariva bello nella subitanea luce d’oro. I mobili erano nuovi. Il sole splendeva sul castello, sugli alberi, il fiume e il ponte sull’arazzo che pendeva al muro. Il mondo era trasformato. Io ero immerso nella luce, tutto il mio sé era trasfigurato dal di dentro. Ero al tempo stesso radicato in me stesso e distaccato da me stesso, come se fossi attore e spettatore assieme. Potevo osservare me stesso esistere, nella luce di giugno. ’Siamo molto poveri, cara,’ le dissi,’ma nulla è importante ora eccetto questa luce radiosa dell’Essere che è il nostro pane e vino.”
Eugene Ionesco, Frammenti di un diario

Klee osserva Cléo de Merode
“Abbiamo passato il sei di marzo con Cléo de Merode, che è probabilmente la donna più bella che c’è.Tutti sanno della sua testa . Ma è il suo collo che è da vedere. Magro, piuttosto lungo, liscio come il bronzo, non troppo mobile, ma con tendini delicati, i due tendini vicini allo sterno. Il suo corpo è coperto da un vestito attillato, così da armonizzare bene con le parti nude. Il fatto che le sue anche sono nascoste è un peccato, perchè la sua arte virtuosistica del movimento deve rivelare gli effetti di una logica peculiare, per esempio quando sposta il suo peso da una gamba all’altra. In compenso le sue gambe sono quasi nude, come il piede, che è fasciato in modo molto sagace. Il braccio è classico, solo più raffinato e più vivo in maniera variata; e poi c’è il gioco delle articolazioni. Le proporzioni e il meccanismo della mano riflettono, nel loro piccolo, la bellezza e la saggezza delll’organismo come un tutto.
…La sostanza del suo ballo sta nelle evoluzioni ondulate del corpo. Niente anima, niente temperamento, solo assoluta bellezza.”
Paul Klee, Diari

I meravigliosi spartiti di Stravinsky
“Gli spartiti di Stravinsky sono stupendi. Egli è prima di tutto un calligrafo (in tutte le cose e in ogni senso della parola).
… Il suo scrittoio assomiglia alla valigia di un chirurgo. Botticini di vari inchiostri colorati ordinati gerarchicamente, ognuno ha una sua parte distinta da adempiere nell’ordinamento della sua arte. Vicino ci sono gomme per cancellare di vari tipi e misure, e ogni sorta di strumenti luccicanti di acciaio: squadre, erasers, temperini, e uno strumento a roulette per disegnare staves, inventato da Stravinski stesso. Mi venne in mente la definizione che San Tommaso: la bellezza è lo splendore dell’ordine.”
H. Schonberg, The Lives of the Great Composers

Yehudi Menuhin e il violino
“Io adoro fare pratica... Per me la pratica è un periodo di esplorazione, di sensazioni che si rinnovano. L’elemento tattile nel violino è molto forte perchè – a differenza del piano, per il quale pure il tatto è importante – ogni cosa cambia continuamente. Nessuna ottava ha la stessa distanza di un’altra ottava. L’intonazione non è fissa. Non c’è una singola nota o suono che sia sempre lo stesso. Le infinite sottigliezze della produzione tonale, che dipende dalle sfumature e dai cambiamenti in pressione e velocità e posizione, sono così grandi che è fuori questione poterli padroneggiare ognuno separatamente.
…Con il violino si percepisce tutto lo spazio e la gamma di pressione dalla più forte alla più leggera, dal movimento più veloce a quello più lento, dalla posizione più alta a quella più bassa. Tutti questi elementi interagiscono con la nostra coscienza e con l’uso che facciamo del corpo e delle sue parti, dalla tensione al rilassamento, dalla resistenza al cedimento, dalla pesantezza alla leggerezza, dandoci miriadi di possibilità, che usiamo intuitivamente mentre suoniamo, seguendo la sensibilità del momento.”
Robin Daniels, Conversations with Menuhin